Cavallino

La Città e cenni storici

ll primo insediamento abitativo risale all’età del bronzo con capanne (XVI sec. a.c.).

Nell’VIII sec. a.c. divenne uno dei più importanti centri messapici della Puglia. E’ sede dell’Isufi, della Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università del Salento e del Museo Diffuso Arcaico Messapico. Si affacciano sulla piazza principale l’imponente Palazzo Ducale dei Castromediano, con la sua favolosa “Galleria”; la Chiesa Parrocchiale, con il campanile di pregevole fascino architettonico, e il monumento a San Domenico, che sormonta l’omonimo pozzo, di raffinato gusto artistico. A breve distanza è ubicato l’ex Convento dei Domenicani (ora sede universitaria), massiccia ed elegante struttura in pietra leccese, e l’attigua bellissima chiesetta di San Domenico e San Nicolò. Con decreto del Presidente della Repubblica ha avuto attribuito il titolo di “Città”, mentre dalla Regione Puglia è stato riconosciuto “Città d’Arte e di Cultura”. Annovera fra i suoi figli migliori il Duca Sigismondo Castromediano, uomo di grande cultura e indomito patriota del Risorgimento, e Giuseppe De Dominicis (Capitano Black), il più importante poeta dialettale della Puglia.. Quanto all’economia in Cavallino prevale il terziario. E’ molto sviluppato il commercio che ha come centro principale la zona PIP ubicata sulla SS Lecce-Maglie, dove esistono anche numerosissimi opifici artigianali e industriali.
Molta importanza riveste la Frazione Castromediano, che grazie ad un notevole sviluppo, consolidato nel corso degli anni, è divenuta un operoso polo commerciale.Il territorio, caratterizzato da piccoli coltivi ed appezzamenti di ulivi secolari, confina con i Comuni di Lecce, Lizzanello, San Cesario e San Donato.

Cosa visitare

Museo Diffuso Cavallino

L’insediamento messapico di Cavallino è racchiuso all’interno di una grande opera di fortificazione.
Le mura abbracciano un’area di circa 69 ettari di terreno ed hanno uno sviluppo di 3100 metri.
Le strutture antiche sono costruite sul banco di calcarenite (la cosiddetta pietra leccese) in gran parte affiorante, nel quale è scavato il fossato, largo in media 3,50 metri e profondo 2,50, che costituiscono allo stesso tempo l’area di cava per l’estrazione dei blocchi con cui è realizzata la fortificazione.
La zona più settentrionale dell’abitato viene racchiusa da due altre cerchie murarie, realizzate con la medesima tecnica costruttiva.
Le mura di città hanno uno spessore variabile tra i 3,50 e i 4,00 metri, a seconda delle zone, con un parametro esterno a grandi blocchi appena sbozzati ed uno interno realizzato con pietre di minori dimensioni.
All’interno il riempimento è costruito da gettate di terra, pietre a schegge di calcare.
L’impianto della città arcaica, a cui appartiene la fortificazione, si sovrappone ad insediamenti di epoca precedente.
Il primo, che ai dati oggi disponibili sembra essere in gran parte concentrato nell’area settentrionale della zona archeologica, è sostituito da un villaggio di capanne dell’età del Bronzo (XVI-XV sec. a.C.), in parte tagliato dallo scavo del fossato di età arcaica. Per un lungo arco di tempo l’area viene abbandonata. Nell’VIII scolo a.C. si assiste ad una rioccupazione del sito, con la costruzione di capanne a pianta ovale o absidata, sparsa in quasi tutta l’area che verrà in seguito occupata dall’abitato di età arcaica.
Con la costruzione della cinta fortificata alla metà del VI secolo a..C., l’abitato di Cavallino assume caratteri che sono stati definiti protourbani.
L’area interna della città è solcata da una serie di assi stradali che sembrano convergere dalle varie porte aperte nella fortificazione, verso una grande area centrale all’insediamento, interpretata come grande piazza pubblica. Poco distante una grande depressione naturale del terreno (probabilmente una dolina) forma una specie di bacino naturale (la zona oggi chiamata Cupa), verso cui convergono molte delle canalizzazioni di drenaggio, in parte scavate nel banco roccioso e in parte con blocchi di calcare.
Particolare importanza sembra avere l’asse viario che taglia la città da Nord a Sud, partendo dalla porta di Nord Est. Lungo gli assi stradali si dispongono i quartieri di abitazione; a volte le case si affacciano sulle strade con una certa regolarità (fondo Pero, fondo Sentina), mentre in altri casi le strade sembrano dividere delle aree in cui gli edifici si dispongono attorno a degli spazi aperti, senza seguire alcun criterio di ortogonalità (fondo Casino).
Forse in questi quartieri continuavano a vivere gruppi familiari unitari, veri e propri capi clan, che disponevano le loro abitazioni in uno spazio comune, probabilmente gravitante intorno alla residenza del personaggio più importante del gruppo. Il rinvenimento di alcuni frammenti di elementi architettonici decorati, in calcare locale, permette di ipotizzare la presenza, all’interno della città, di edifici di carattere pubblico o culturale.
L’abitato arcaico di Cavallino, al momento della sua massima espansione, viene improvvisamente colpito da una grave crisi che ne provoca un rapido abbandono, entro il primo trentennio del V secolo a.C. . Tutto fa pensare ad una distrazione violenta dell’insediamento: le mura di fortificazione sono distrutte e rovesciate all’interno del fossato, stesso luogo dove vengono gettati i cippi, dopo essere stati spezzati volontariamente; i muri delle abitazioni recano tracce di bruciato, le cisterne vengono riempite di pietre in modo da on poter più essere utilizzate.
Da questo momento in poi nell’area sono attestate solo sporadiche frequentazioni (tra V III sec. a.C.), rappresentate dalla presenza di sepolture scavate nei crolli delle abitazioni dei età arcaica, che indicano come ormai la città fosse abbandonata e dovesse far parte del territorio dei centri vicini come Rudiae e Lupiae.

INGRESSO MUSEO: Piazzetta F.lli Cervi

ORARIO DI APERTURA: da ottobre a marzo dalle ore 9.00 alle ore 15.00 tutti i giorni della settimana escluso il lunedì;

                                                da aprile a maggio dalle ore 9,00 alle ore 17,00 tutti i giorni della settimana escluso il lunedì;

                                                da giugno a settembre dalle ore 9,00 alle ore 20,00 tutti i giorni delle settimana escluso il lunedì.

Per informazioni rivolgersi alla Cooperativa Sigismondo Castromediano –

Tel. 333/1224424

L’ingresso e la prenotazione delle guide specializzate sono gratuite.

La residenza dei Castromediano-Limburg a Cavallino – Castello

Tra le tante residenze Patrizie salentine spicca, sicuramente, quella dei Castromediano-Limburg a Cavallino, dove intorno alla seconda metà del XV secolo venne eretto il nucleo originario dei palazzo marchesale che. nel tempo, subì non pochi rifacimenti e aggiunte strutturali tali da configurarlo inequivocabilmente come struttura fortificata. L’ingresso, rivolto verso settentrione, è quattrocentesco, mentre la facciata merlata col bastione risale al XVI secolo e così pure il lato che volge ad est e un altro corpo architettonico, a due ordini, che prospetta sulla piazza. Del secolo successivo è il lato nord della residenza. ove si notano arcate di rafforzamento statico.
Entrati nel -castello- cosi viene detta la residenza dei Castromediano Limburg dagli abitanti del luogo troveremo nell’atrio una enorme statua, denominata “il gigante” che raffigura in abiti seicenteschi Kiliano di Limburg capostipite della famiglia Castromediano il quale si stabilì in Terra d’Otranto, ottenendo cariche e feudi.
L’interno del palazzo dimostra i segni degli interventi effettuati nel tempo, ma subito la nostra attenzione viene calamitata da tanti ambienti. vasti e decorati, con evidente prevalenza del gusto barocco, soprattutto nella galleria che Cosimo De Giorgi ed altri studiosi, tra cui il Garrisi, considerano come una delle più belle sale delle residenze patrizie della provincia di Lecce, degna di un vero castello. Tra l’altro, si nota il pavimento realizzato con impasto cementizio smaltato. ricco di mattonelle verdi, nere, bianche e gialle che disegnano un motivo di stelle, che si ripete negli affreschi che illustrano la volta a crociera, decorata con i simboli delle decorazioni dello Zodiaco.
Queste figure per la morbidezza e per l’eleganza della composizione. indussero il De Giorgi a riferirle al gusto michelangiolesco per l’ evidente risalto delle forme atletiche e muscolose delle dodici figure.
Statue in pietra leccese, di ottima fattura, decorano i lati della galleria.
Altre sale, come quella delle armi, appartenenti in gran parte ai Gorgoni eredi di Castromediano, attireranno la nostra attenzione e ci immergeremo nell’atmosfera barocca entrando nel salotto che contiene due pregevoli dipinti, uno dei quali firmato dal noto pittore leccese Oronzo Tiso.
Attigua al salone di rappresentanza vi è la cappella fatta costruire da don Giovanni Antonio II Castromediano, nel 1565. Qui noteremo due vezzosi altarini, rispettivamente dedicati alla Madonna di Leuca e alla Vergine Addolorata e ammireremo pure i dipinti di Gianserio Strafella, che fu discepolo di Raffaello.
In questo palazzo il più illustre abitatore fu Sigismondo Castromediano, archeologo, scrittore e patriota del Risorgimento salentino.

Il Convento dei Padri Dominicani

Il convento e la contigua chiesa conventuale furono costruiti tra il 1626 e il 1635, per volere del marchese Francesco Castromediano e della consorte Beatrice Acquaviva d’Aragona. I due edifici furono donati ai domenicani, così i Cavallinesi alla devozione per la Madonna del Monte aggiunsero il culto verso San Domenico di Guzmàn.
La Chiesa conventuale fu eretta su di una cappella basiliana. Nel pavimento della chiesa, infatti, si aprono due botole (ora chiuse da grate metalliche) le quali, mediante due scalette, permettono l’accesso alla cripta. Ciò fa pensare che intorno al Mille, la gente di Cavallino godette della guida religiosa e dell’influenza culturale bizantina dei monaci basiliani, sacerdoti cristiani di rito greco.
L’interno della chiesa, a pianta basilicale, è a tre navate; il presbiterio, una volta delimitato da una delicata balaustra di ferro (poi eliminata), conserva tuttora l’antico altare barocco in pietra leccese sagomata; in fondo all’abside, poggiato sulla schiena di due leoni, è un cenotafio con lunga epigrafe latina, sul quale sono le statue dei marchesi Beatrice e Francesco Castromediano, vestiti alla moda spagnola, i quali si tengono per mano amorevolmente.
L’opera, risalente al 1663, è attribuita allo scultore Placido Buffelli da Alessano. L’antico pulpito ligneo è stato conservato e le pareti laterali della chiesa sono occupate da otto altari (quattro per lato), contenuti entro altrettanti archivolti.
Sia sulla porta d’ingresso della chiesa che sul portone d’ingresso del Convento vi è lo stemma dei Castromediano.
L’ex convento, oggi proprietà del Comune, non ospita più i frati domenicani ed è stato appena restaurato, divenendo struttura funzionale alle celebrazioni del Giubileo 2000 e tappa di accoglienza dei “Pellegrini sulla via per Gerusalemme”. Al termine dell’anno giubilare, l’Ente Comunale eserciterà le proprie attività istituzionali, sociali e culturali.

Il pozzo di San Domenico

Nel 1636 la marchesa donna Beatrice Acquaviva d’Aragona, moglie di Francesco Castromediano, donò ai Cavallinesi un’opera di pubblica utilità, un pozzo fatto scavare nel piazzale di fronte la Chiese Madre.

Su di esso fece erigere un parapetto e quattro colonnine a sezione quadrata per collocarvi la statua in pietra di San Domenico di Guzmàn, cui era profondamente devota.

Si narra che da quel pozzo le donne del paese attingevano un’acqua sorgiva pura e fresca, mentre dai pozzi delle case situate alle spalle della statua del Santo scaturiva un’acqua densa e salmastra, quasi imbevibile! Ne da testimonianza anche Antonio Garrisi nel suo libro Cavallino, i luoghi della memoria.

La Specchia Sentina

La  Specchia Sentina, la più grande presente a Cavallino, insiste all’interno della cinta muraria pertinente all’insediamento messapico, le cui rovine si mostrano tutt’intorno. Quale fosse la sua funzione all’interno di un centro già evoluto sul piano dell’organizzazione urbana, è tuttora oggetto di ipotesi e di studi. Secondo S. Castromediano, che riprendeva la tesi di G. Marciano, e C. De Giorgi, che realizzò un dettagliato censimento delle specchie nel 1905, (ma anche secondo il De Simone, il Gervasio, il Micalella, il Lenormant e più tardi lo Iatta), le specchie erano in origine strutture con funzione di difesa e vigilanza. Effettivamente la parola specchia trae origine da verbo latino speculor “osservare attorno”, inoltre, la mole sorprendente di alcune specchie e le posizioni strategiche su cui spesso insistono, ovvero sulle sommità di alture da cui è possibile dominare con lo sguardo le valli sottostanti o il vicino mare, hanno indotto molti, in passato, a ritenerle postazioni difensive per la sorveglianza militare del territorio . Opposta è la tesi del Galateo che vedeva in esse dei monumenti funerari, a questa posizione possono essere riportate quelle del Nicolucci, del Maggiulli jr e del Quagliati. Tale tesi appare esatta per le piccole specchie, che hanno dimostrato contenere resti umani e suppellettili funerarie (ricorderemo qui le undici piccole specchie demolite in agro di Vernole durante ricerche condotte da C. Drago nel 1941); diverso è il discorso per le grandi specchie salentine, che non hanno mai reso alcunché atto a giustificare simile attribuzione funzionale. Un’ipotesi più semplice giustifica la presenza di tali cumuli di sassi con l’opera dei contadini che tornarono a ripopolare l’area dell’antica città messapica, coperta di rovine dopo l’abbandono. Essi liberarono il suolo dal pietrame per renderlo coltivabile ed usarono i sassi e i detriti per costruire le mura dei poderi e per erigere casupole, truddi e pagghiare. I massi di risulta furono ammonticchiati in alti cumuli conici, che la gente del luogo chiamava impropriamente specchie .

Il grande cumulo presente nel podere Sentina ha base ellittica e misura m.34 sull’asse maggiore e m.21 sul minore con altezza di m.3. (Altre specchie di dimensioni minori sono visibili nei fondi Fico, Profico, Canne, Culumbi, ed in altri ancora).
Per raggiungerne il sito sarà sufficiente, giunti a Cavallino dalla strada provinciale e non dalla S.S.16, imboccare una delle traverse che si aprono a sinistra della via principale, le quali conducono tutte alla zona archeologica.

Il Menhir di Ussano

Il Menhir di Ussano, di competenza del comune di Cavallino, dista 5 km dal paese ed è prossimo a Galugnano, da qui si dovrà seguire la segnaletica percorrendo la S.S.16 da Lecce in direzione di Maglie. S’incontrerà così, a destra della carreggiata, la masseria di Ussano, alle cui spalle si rinviene il menhir. Questo si presenta alto m.2,50 con sezione ottagonale, lavorazione che probabilmente ha una collocazione cronologica più tarda, giustificata dal voler conferire ai menhir la funzione di “osanna”, colonne votive del culto cristiano.
Il termine menhir, di origine bretone, si ottiene dall’unione delle parole “men” ed “hir”, ossia “pietra lunga”.
Circa l’origine e la funzione dei monoliti pugliesi è tuttora aperto un interessante dibattito. La prima ipotesi prospettata dagli studiosi è che essi fossero un’espressione monumentale del culto dei defunti in epoca preistorica. Vi è chi, invece, fa risalire la loro costruzione all’età classica, come conseguenza della centuriato, ovvero della suddivisione e assegnazione dei territori conquistati ad opera degli agrimensori di Roma. Un’altra ipotesi frequente è quella che designa i menhir quali vestigia di ancestrali culti caratterizzati da prerogative di natura tipicamente astronomica. Tale teoria basa il proprio assunto sul fatto che i menhir pugliesi e in particolar modo salentini, sempre prismi a base rettangolare, risultino spesso orientati nella direzione del moto solare, con le facce più larghe esposte lungo l’asse E-W.
Dopo più di un secolo di studi e ricerche sul problema megalitico in generale, nessuno più teorizza su di un misterioso popolo errante costruttore di megaliti, che, secondo la teoria “diffusionista”, si voleva autore di queste manifestazioni in Europa. Si è, infine, abbandonato il tentativo di ricondurre il fenomeno megalitico ad un’interpretazione univoca, che sarebbe troppo riduttiva per spiegare l’origine e la funzione di “architetture” così misteriose, cariche di enigmatiche differenze e contraddizioni, ma allo stesso tempo inquietanti per la forte similitudine che si riscontra anche a distanze di diverse migliaia di chilometri.
Il dibattito, dunque, rimane aperto.
Il primo sistematico studio sui monoliti di Puglia, si deve far risalire al 1916, con C. De Giorgi, il quale spiegava la denominazione “croce di….”, sovente attribuita ai menhir salentini, con la toponomastica, per la caratteristica comune ai menhir, così denominati, di essere ubicati in prossimità di crocevia. Mentre P. Maggiulli, in “I Menhir e la croce”, faceva risalire tale denominazione ai nessi esistenti tra la cultura cattolica ed i monoliti salentini, che spesso subirono nel corso dei secoli un processo di cristianizzazione, attraverso un’incisione sulla superficie del simbolo cristiano o con la sovrapposizione di una croce in pietra o metallo sulla sommità del prisma. Tale processo ha consentito a molti di questi monumenti di giungere a noi più o meno indenni, salvandosi dunque dall’abbattimento.

La Casina Vernazza

La Casina Vernazza fucina di eventi culturali.
Il recupero ed il restauro della vecchia Casina Vernazza, al centro di un nuovo grande parco e di un’area dotata di un grande palcoscenico destinato a spettacoli teatrali, musicali, cinema didattico ed a spettacoli teatrali nelle loro più varie espressioni, sono il coronamento di un grande obiettivo dell’Amministrazione Comunale.
È questa una struttura che si aggiunge a quella del restauro ex Convento dei Padri Domenicani ed alla grande nuova piazza Castromediano capace di raccogliere migliaia di persone.
Cavallino fino all’anno scorso, e cioè sino a quando non sono state attivate queste nuove strutture, era privo di spazi, pur minimi, entro i quali svolgere attività culturali e di spettacolo.
Grazie a queste realizzazioni, possiamo orgogliosamente dire che a Cavallino è oggi ai primi posti dell’intera Puglia in quanto a strutture di questo genere.
Adesso ci si impone l’obbligo di attivare l’intelligenza e l’immaginazione perché queste realizzazioni non restino come cattedrali nel deserto.
L’inerzia o l’abbandono o peggio ancora l’utilizzazione per attività banali e senza serie prospettive socio culturali renderebbero queste strutture quasi inutili.
La mostra sul Megalitico in terra d’Otranto che abbiamo voluto legare all’inaugurazione di questo magnifico complesso, vuole essere il primo significativo esempio di quale debba essere la direzione in cui noi vogliamo proseguire e su cui ci auguriamo che tutti vogliano andare.
Il “viaggio” alla ricerca della memoria in quella preistoria della nostra terra in cui si cimentarono con successo ed abnegazione i pionieri della ricerca archeologica come il nostro Sigismondo Castromediano, Luigi e Pasquale Maggiulli, Cosimo De Giorgi, il De Simone, il Palumbo e Luigi Pigorini è la trasposizione plastica di come il lontano passato vive nella rielaborazione della nostra coscienza.
È il passato che vive nel presente, è l’humus di ogni civiltà ed è l’anima di un popolo che si fa nazione dopo aver abbattuto gli steccati del clan e della tribù.
È un viaggio che dalle origini ci dice come, attraverso il cammino della civiltà, siano state superate e vinte difficoltà immense sullo sfondo di quella sfida e risposta di cui è stata capace l’umanità nel corso della sua perenne evoluzione.
I popoli che non sono stati in grado di rispondere a queste sfide sono popoli senza storia, senza cultura perché senza passato e quindi senza avvenire.
Cavallino che è depositario di un grande bacino archeologico, l’antico e importantissimo insediamento definito la “Pompei della civiltà messapica”, con le sue iniziative e con il suo corale impegno amministrativo, guardando e studiando il passato e l’opera continua ed incessante delle generazioni che ci hanno preceduto, si proietta verso il futuro con lo stesso impegno che ha caratterizzato i nostri maggiori.
Oggi Cavallino è impegnato a proseguire in questa direzione più che mai consapevole che il Salento fa parte di quella ricchezza e specificità che fa così peculiare quello che Carlo Cattaneo chiamava il “Colosso Italiano”, dalla Lombardia alla Sardegna, dalla Puglia alla Toscana.
In un mondo in cui si esaltano le diversità nell’uniformItà sull’onda di quella richiesta di decentramento per cui si è acceso in Europa il grande dibattito sul cosiddetto federalismo, il ritorno alle origini costituisce il punto di non ritorno per sapere da dove veniamo e dove andiamo.
La rinnovata attenzione ai monumenti megalitici in Terra d’Otranto ed alla ricerca archeologica è da questo punto di vista un potente incentivo per proseguire nell’indagine sulle nostre origini, sul nostro passato, sulla evoluzione socio-culturale delle genti salentine attraverso il lungo percorso della storia.
L’attenta indagine iconografica e documentaria di Ugo Gelli, edita dal Comune di Cavallino e dall’editore Congedo, si colloca in questo panorama.
La sua attenta ed intelligente analisi sulla genesi e lo sviluppo degli studi sul megalitico salentino è un significativo tassello che si aggiunge al grande mosaico disegnato nel passato dai grandi Sigismondo Castromediano, Luigi e Pasquale Maggiulli, Cosimo De Giorgi, De Simone, Palumbo, Pigorini.
È un lavoro che si congiunge idealmente all’opera ed all’impegno del Bianco Duca che da Cavallino iniziò questo lungo viaggio alla scoperta delle nostre radici e che, avvalendosi del sostegno della Provincia, concorse a realizzare l’inventario del patrimonio culturale salentino di grande significato. Un inventario che ci consente oggi di conoscere anche quella parte di beni che è andata perduta.
Cavallino non poteva rimanere estranea ed assente da questo fermento culturale e non poteva non sentirsi impegnato e coinvolto in un’attività di ricerca che porta avanti insieme alla Università di Lecce.
II parco archeologico che fino ad oggi appariva una visione da fata Morgana sta diventando realtà.
Gli scavi nell’area archeologica stanno sempre di più rivelando l’enorme importanza dell’insediamento messapico.
Nella coscienza che il lontano passato, quando non viene sepolto nella memoria, rivive e illumina il presente, sullo sfondo di quella storia che sempre si compie, la nostra sul megalitico è in questo senso un momento di riflessione.
La collaborazione dell’Amministrazione Provinciale di Lecce, del Museo preistorico ed etnografico di Roma “Luigi Pigorini”, del Museo Provinciale di Lecce “Sigismondo Castromediano”, della Biblioteca Provinciale di Lecce “Nicola Bernardini”, dell’Archivio di Stato di Lecce ci ha permesso di proseguire su un sentiero che ci consentirà di scoprire nuovi e luminosi orizzonti.
All’arch. Ugo Gelli che con intelligenza ha curato ed ideato questa mostra, alle strutture Comunali il più vivo ringraziamento per quanto con dedizione hanno fatto.

La Chiesa Madre di Maria SS Assunta

Mentre i signori Castromediano erano impegnati nelle opere di ampliamento del castello e nei lavori di edificazione del convento e della chiesa domenicana, i Cavallinesi verso il 1630 diedero avvio alla costruzione di una nuova e più grande Chiesa Madre. Tale opera architettonica, di pertinenza e patronato della Comunità, si rivelò di molto superiore alle possibilità economiche dei residenti del feudo.
Nonostante i cittadini si sottoponessero a contributi volontari e sottoscrizioni per oltre un settantennio, il tempio fu ultimato solo grazie all’intervento finanziario di alcuni sacerdoti del luogo, che a loro spese fecero erigere alcuni altari.
La chiesa di Maria SS. Assunta sorse su un piano rialzato per evitare i periodici allagamenti della zona bassa del paese. La costruzione è a una navata coperta da volta a crociera; un transetto, che si allunga in due bracci longitudinalmente opposti, dà alla pianta complessiva la forma di croce latina.
Entrati nella chiesa per il portale principale, affiancato da due splendite statue di S. Omobono e di S. Francesco di Paola scolpite in pietra leccese da Mauro Massieri da Lecce (1687-1744), a destra troviamo due altari, il primo di S. Antonio di Padova, eretto nel 1601 ed evidentemente recuperato dalla chiesa precedente, il secondo della Regina Vergine Immacolata e dell’Arcangelo Michele, del 1687. Oltrepassato il vano della porta laterale destra, troviamo l’edicola di S. Giovanni Elemosiniere, protettore della famiglia Castromediano, fatto costruire nel 1703 da Fortunato Castromediano. Sempre proseguendo sulla destra, prolunga il transetto la cappella funeraria dei Castromediano dedicata in origine a S. Benedetto, oggi però del Sacro Cuore di Gesù. In essa, addossato alla parete sinistra, è il monumento sepolcrale dei feudatari del casale di Cavallino, fatto erigere nel 1637 da don Francesco sopra una preesistente tomba gentilizia.
Ripartendo dall’ingresso principale, questa volta a sinistra osserviamo l’altare di Sant’Anna, del 1703 e di seguito quello della Vergine della Pietà, del 1686. Nell’edicola successiva vi è il battistero, un complesso moderno opera della scultore F. Natale di Cavallino. Segue l’altare consacrato alla Regina degli Angeli, eretto nel 1686, che è stato rifatto nel 1921 e dedicato alla Vergine del Monte. Più oltre è la cappella del Rosario che costituisce il braccio sinistro del transetto, di cui non si conservano, purtroppo, i tre altari esistenti in origine.
Attiguo alla chiesa parrocchiale, nell’anno 1787, il marchese Gaetano Castromediano fece erigere dall’architetto Caiaffa da San Cesario di Lecce il campanile, il più alto dei villaggi circonvicini, e un secolo più tardi, nel 1893, l’Amministrazione Comunale dell’epoca fece impiantare, in alto sulla terrazza della chiesa, un orologio meccanico, che con i suoi rintocchi scandisce la vita degli abitanti di Cavallino.
Nel 1972 si è proceduto al restauro della chiesa, secondo i suggerimenti liturgici dettati dal Concilio Vaticano II, ed il presbiterio è stato del tutto rinnovato. In fondo all’abside, in sostituzione dell’antica statua della Vergine, vi è un imponente Crocifisso ligneo, scultura in legno di noce del maestro cavallinese F. Natale. Al posto del vecchio coro vi è una pedana con i seggi dei celebranti e al centro, là dove c’era l’altare marmoreo barocco, vi è ora la mensa, la cui facciata frontale è foderata da una composizione lignea rappresentante Gesù e gli Apostoli riuniti per l’Ultima Cena, sempre opera di F. Natale. Infine, la volta dell’abside contiene il dipinto a fresco della Vergine Maria Regina Assunta in Cielo, del pittore leccese L. De Mitri.

Cappella della Madonna del Monte

La tradizione narra che, tanti secoli fa, un pastorello sorvegliava i buoi in contrada “Capistri”, non molto lontano da Cavallino.
Un bue smise di pascolare, iniziò a raschiare forte il terreno con gli zoccoli e non c’era proprio verso di allontanarlo da quel punto preciso.
Il guardiano allora s’insospettì, si mise a scavare e così trovò sottoterra una lastra quadrata su cui erano dipinti il volto di una Madonna e quello angelico di un Bimbo.
La notizia si sparse subito per le vie del paese e tutti, autorità, sacerdoti e gente comune, accorsero a venerare l’immagine. Si decise di costruire una piccola edicola per conservare degnamente la sacra icona, ma i muri alzati di giorno ogni notte crollavano e così per giorni e giorni finché la Vergine Maria apparve ad una giovane donna del luogo. Le disse che la cappella non doveva essere eretta in fondo alla campagna, ma sul dosso affinché tutti potessero vederla, così fu costruita la chiesetta che i Cavallinesi intitolarono alla Madonna del Monte e iniziò la profonda devozione della gente del luogo verso la Vergine. La radice storica di tale tradizione può essere rintracciata nella lotta iconoclastica che infuriò nei secoli VIII e IX dopo Cristo e che interessò anche le province pugliesi occupate dai bizantini. Probabilmente un abitante della zona, per paura di essere punito, sotterrò la lastra con l’immagine della Madonna con Gesù bambino, che, alcuni secoli dopo, fu casualmente rinvenuta da un contadino. Fu costruita una cappella nel luogo del ritrovamento, ma, con il tempo, andò in rovina e, intorno alla metà del secolo XVII, venne sostituita con una nuova, più vicina alla via per Lecce, in modo che la Madonna, protettrice del paese, potesse essere vista e salutata dai devoti passanti.
Il 26 luglio del 1776 un fulmine si abbatté sulla chiesetta durante la celebrazione della messa e fece stramazzare tutti a terra terrorizzati, ma nessuno perì e tutti furono salvi! Il miracolo della Madonna del Monte fu descritto nella pala situata sull’altare di destra all’interno della cappella, affinché i Cavallinesi ricordassero sempre la bontà della loro Protettrice.
Verso la metà del XIX sec. fu costruito il cimitero comunale nelle vicinanze del santuario, che da allora divenne anche la cappella del cimitero.
Sulla porta murata del lato sinistro della cappella vi è incastrato un concio di pietra su cui è tuttora leggibile un’iscrizione in caratteri bizantini, che parla di una chiesa di Maria Vergine, chiamata Teotokos, cioè madre di Dio, fondata nel 1309-10.
Sigismondo Castromediano fu il primo a segnalare l’esistenza di tale iscrizione, che probabilmente deve trovarsi in quel luogo non da molto tempo, giacché il duca Castromediano la vide al di sopra di una piccola porta che conduceva al cortile interno della casa del custode e tale alloggio fu costruito in seguito al 1871.
“Qualunque sia stata la sua ubicazione primitiva, è chiaro che l’iscrizione di S. Maria del Monte testimonia dell’esistenza in questo luogo di un centro di culto bizantino sostituito in un secondo momento da una cappella di rito latino.”

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